Ferrante Fever


Confesso di aver rinunciato per molto tempo a leggere Elena Ferrante, i quattro volumi de L’Amica geniale. Un po’ di snobismo, il fastidio per questa/o autore che si nasconde, la casa editrice che non pubblica i volumi in edizione economica, il fatto che anche negli Usa la Ferrante fosse diventata di moda… Poi mi è capitato di vedere in tempi recenti il docu-film “Ferrante Fever”. Le testimonianze di Franzen, Elisabeth Strout, Nicola Lagioia… mi hanno convinto a provare la lettura. Ho letto i quattro volumi tutti di seguito, con piacere crescente. Un romanzo “nazionale”, un racconto intenso dell’Italia, gli ultimi decenni della nostra storia nazionale ben delineati sullo sfondo delle vite delle persone. Vite intense, misteriose, comuni, riuscite o fallite. Donne in perenne fatica per essere donne, anche quando non sanno cosa significhi o possa significare. Uomini comuni anche quando raggiungono vette di non si capisce cosa. E l’essere donne e uomini in un contesto spazio temporale ben definito finisce per travalicare quel contesto diventando problematicamente universale.

(i brani che riporto sono tratti dall’ultimo volume)

 

Che fare dunque? Darle ancora una volta ragione? Accettare che essere adulti è smettere di mostrarsi, è imparare a nascondersi fino a svanire? Ammettere che più gli anni avanzano, meno so di Lila?

 

Era un uomo che sprigionava autorità, anche se l’autorità è una patina e a volte basta poco perché, seppure per qualche minuto, metta crepe e si intraveda un’altra persona meno edificante.

 

E poi rise, si tirò su dalla poltrona, disse oscuramente che secondo lui l’amore finiva solo quando era possibile tornare a se stessi senza timore o disgusto, e uscì dalla stanza strascicando il passo, come se volesse assicurarsi della materialità del pavimento.

 

Ci restava male – devo dire – anche quando riducevo a dimensioni comuni persone note con cui avevo avuto a che fare.

<<Quindi>> concluse una mattina, <<questa gente non è quello che sembra>>.

<<Niente affatto, spesso sono bravi nel loro lavoro. Ma per il resto sono avidi, godono a farti del male, stanno coi forti e si accaniscono contro i deboli, formano bande per combattere altre bande, trattano le donne come cagnoline da passeggio, appena possono ti dicono oscenità e ti mettono le mani addosso esattamente come negli autobus qui da noi>>.

<<Stai esagerando?>>.

<<No, per produrre idee non è necessario essere santi. E comunque gli intellettuali veri sono pochissimi. La massa dei colti commenta pigramente per tutta la vita idee altrui. Le loro migliori energie le impegnano in esercizi di sadismo contro ogni possibile rivale>>.

 

Amavo la mia città, ma mi strappai dal petto ogni sua difesa d’ufficio. Mi convinsi anzi che lo sconforto in cui finiva presto o tardi l’amore fosse una lente per guardare l’intero Occidente. Napoli era la grande metropoli europea dove con maggiore chiarezza la fiducia nelle tecniche, nella scienza, nello sviluppo economico, nella bontà della natura, nella storia che porta necessariamente verso il meglio, nella democrazia si era rivelata con largo anticipo del tutto priva di fondamento. Essere nati in questa città – arrivai a scrivere una volta, pensando non a me ma al pessimismo di Lila – serve a una sola cosa: sapere da sempre, quasi per istinto, ciò che oggi tra mille distinguo cominciano a sostenere tutti: il sogno di progresso senza limiti è in realtà un incubo pieno di ferocia e di morte.

 

Fu la prima volta, ricordo, che ci fantasticai sopra, ma non ressi a lungo, mi affacciai su un pozzo scuro con qualche scintillio di luce e mi ritrassi. Ogni rapporto intenso tra esseri umani è pieno di tagliole e se si vuole che duri bisogna imparare a schivarle.

 

…contemplavo serenamente i corpi giovani, carichi di energia delle mie figlie. Mi assomigliavano tutte e nessuna, la loro vita era lontanissima dalla mia e tuttavia le sentivo parte inscindibile di me. … Oh loro appartengono ormai ad altri luoghi e ad altre lingue. Considerano l’Italia un angolo splendido del pianeta e, insieme, una provincia insignificante e inconcludente, abitabile solo per una breve vacanza. … Sono fiere di me e tutta via so che nessuna di loro mi sopporterebbe a lungo. … Il mondo è prodigiosamente cambiato e appartiene sempre più a loro, sempre meno a me. … Hanno modi, voci, esigenze, pretese, consapevolezza di sé che io ancora oggi non oso permettermi. Altri, altre non hanno questa stessa fortuna. Nei Paesi di qualche agiatezza è prevalsa una medietà che nasconde gli orrori del resto del mondo. Quando da quegli orrori si sprigiona una violenza che arriva fin dentro le nostre città e le nostre abitudini, sussultiamo, ci allarmiamo.

 

 

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